Le mani di papà, quand’ero piccola

Non ricordo a quanti anni ho conosciuto mio padre. Provo a riavvolgere la cassetta della memoria cercando la prima fotografia della faccia di mio papà, anche se probabilmente questo ricordo dovrebbe essere legato alle sue mani, o alle sue gambe, per anni protagonisti indiscussi della vita di una bambina. Forse non sono molte le facce che ricordiamo, nei primi anni in cui siamo al mondo, perché in realtà siamo circondati da gambe, tantissime gambe e tantissime mani e tantissimi piedi. Io, ad esempio, ricordo bene le scarpe di cuoio nero forato, arrotondate in punta, che portava il parroco del mio paese, i piedi dei miei fratelli nei sandali di plastica, l’orlo del grembiule della mia maestra di italiano e le sue mani, dalle unghie cortissime e arrotondate, specie quella del pollice, finché correggeva i miei compiti e io le stavo ritta di fianco, o stringeva la mia mano nella sua per aiutarmi a disegnare una panciuta e complicata acca corsivo maiuscolo.

Anche di mio papà ricordo le mani, quando mi stringeva per la strada. Ho sempre preferito la sua mano sinistra, quella intera. L’altra mano con le dita mozze mi imbambolava, ma non mi piaceva altrettanto. Mio padre ha una mano molto bella, grande ma proporzionata, con dita forti e unghie rettangolari, larghe e ben curate.

Quel che mi piaceva della sua mano sinistra era la fede e di certo i miei ricordi di papà con la vera risalgono a quand’ero bambina, perché ora la porta al collo con una catenina. Come ho detto, preferivo la sua mano sinistra anche perché, quand’eravamo affiancati, lui mi prendeva per la mia mano destra. Di conseguenza, non so se questa preferenza nasca dal piacere dell’abitudine, dal vedere sempre quella mano nella mia, più che da una predilezione vera e propria. Questo non posso dirlo con certezza.

Quando mi faceva sedere in braccio, studiavo i pezzi di dita della sua mano destra: il pollice era perfetto, funzionale, l’esatto gemello dell’altra mano. All’indice invece mancava mezza falange, l’unghia era ridotta ad uno spesso grumo grigio, duro e seghettato, quasi una miniatura del profilo delle montagne che si scorge dietro casa nostra. Il medio sembrava essere stato cucito dall’interno, mancava tutta la falange superiore e ricordo quest’impressione, di uno straccio che venga tenuto in pugno, coi lembi di fuori a ricoprire il pugno stesso: io osservavo quella pelle che sembrava risucchiata dalla cima del dito, tutta quella pelle che correva su su su per il medio e poi pluf, da tutte le parti scendeva come una cascata dritta dritta verso il centro, con qualche piega tesa e schiacciata. L’anulare, invece, aveva solo la prima falange, grossa e deforme, se paragonata alla sorella sinistra; una specie di salsicciotto grasso, capace di muoversi solo avanti e indietro. Un dito non dito, senza alcuna articolazione superiore; non era in grado di fare molto e svolgeva i compiti che rientravano nelle sue possibilità in maniera energica ma sgraziata. Infine, il mignolo, integro, una torre salda e alta a chiudere una mano a metà.

Mi ripetevo spesso quanto fosse stato fortunato papà ad aver perso le dita della mano destra, così poteva portare l’anello su una sinistra perfetta, quella sinistra che stringeva la mia destra.

Mi accorgo solo ora di quanto sia egoista il pensiero dei bambini, nel senso più obiettivo e neutrale del termine: io scrivevo con la destra, mangiavo con la destra, probabilmente mettevo le dita della mano destra nel naso, eppure non consideravo minimamente un problema che mio padre dovesse vivere con la sua mano destra mezza monca; a me serviva la sua mano sinistra, e la sinistra era bellissima, tiepida e larga come un villaggio, quindi papà era fortunato e certamente felice.

S-Veglia

Ci sono sere in cui il sonno si dimentica di me e va a baciare gli occhi di qualcun altro. Quelle sere vanno bene comunque, perché sfoglio i miei pensieri più chiari e me li racconto come una storia.

Navigare a vista

pippi

Io sono sempre stata una di quelle persone quadrate, organizzate, amanti dei programmi ben definiti e fissate con le liste; una di quelle che non partono per un viaggio senza aver pensato almeno a un itinerario da seguire una volta a destinazione, una di quelle che a scuola dovevano avere il loro bel foglio a righe diviso per giorni, e ogni giorno diviso in mattina e pomeriggio, e ogni mattina e pomeriggio divisi in quali e quante materie studiare. Poi di tutte queste liste faccio un gran casino, va da sé, ma senza sarei perduta.

Capirete che la più grande disgrazia che possa capitare a una persona del genere sia l’imprevedibile. Mica l’imprevisto, che quello da bravi maniaci del controllo l’abbiamo già preventivato e in qualche misura anticipato, ma proprio quelle situazioni del tutto casuali, esogene (che non a caso fanno rima con ansiogene) davanti a cui non resta che chiedersi: “E mo?”

Davanti ai problemi E mo ci sono solo due soluzioni: rifugiarsi in un angolo buio della stanza tappandosi le orecchie e cantando ad alta voce la canzone del serpente, oppure accettare di non poter controllare tutto e cavar fuori il meglio che si può da quel che si ha. Con risultati a volte confortanti.

Se riusciamo ad alzare lo sguardo terrorizzato dalle onde che fanno rollare la nostra barchetta, possiamo concentrarci sul paesaggio attorno e cercare di capire fino a quando durerà la tempesta. Ci si può godere il sole nei momenti di bonaccia, invece di aspettare tesi e sordi una nuova folata di vento. Si può, per un po’, accettare di andare alla deriva, lasciando che il timone giri a vuoto sotto le dita e che l’aria pulita ci soffi in faccia.

Se avere una destinazione ci aiuta a non perderci, le deviazioni e l’imprevedibile ci ricordano che la bellezza della strada è uguale, o forse addirittura un pochetto superiore rispetto a quella dell’arrivo. Che se guardassimo solo in fondo, l’orizzonte largo che abbiamo davanti e attorno si restringerebbe a un puntolino e i puntolini, si sa, sono gli unici enti geometrici senza nessuna dimensione. Nella prima giornata di sole dopo le ultime piogge e brume, voglio stare stesa sul ponte a braccia spalancate, a sentire il legno caldo sotto la schiena e i capelli che si annodano nel sale e nel vento. Poi, chiaramente, andrò a registrare tutto nel giornale di bordo.

Sorvoliamo

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Stamattina (e a scoppio ritardato, ma questo nel mio caso non sorprende) mi sono imbattuta in un post del “Matteo giusto” Salvini che, con un certo sarcasmo, metteva alla gogna un albergatore trentino reo di aver messo a disposizione 50 posti letto della sua struttura ai migranti. L’invito rivolto ai fan era di telefonare all’hotel e chiedere di usufruire in prima persona di questa straordinaria vacanza gratis; anzi, neppure gratis, pagata DA VOI, come evidenziava il leader leghista riferendosi ai 30 euro al giorno riconosciuti dallo Stato alle strutture che ospitano migranti e rifugiati. Un’esternazione così pacata che in pochi giorni l’albergo si è completamente svuotato e il suo proprietario ha dovuto chiudere i battenti in via anticipata sulla stagione invernale. Almeno, per il momento.

Allora, sorvoliamo sul fatto che i migranti sono i primi sulla cui pelle si lucra e si fa profitto, come hanno rivelato lo scandalo Mafia Capitale e le dichiarazioni del boss Salvatore Buzzi, secondo cui coi migranti si guadagnava più che col giro di droga. Un sistema di corruzione, ruberia, prosciugamento delle risorse pubbliche talmente esteso che non ne parla già più nessuno, perché per questi affari abbiamo tutti una memoria proverbialmente corta.

Sorvoliamo sulle reazioni ovviamente scomposte che il post di Salvini ha volutamente e furbescamente generato, con immagini stereotipate di arabi col turbante e la scimitarra presi a pedate nel sedere e inviti che definire razzisti è voler essere sbrigativi.

Sorvoliamo anche sul fatto che l’albergatore si fosse messo a disposizione perché, in un periodo che lui indica come infelice, la sua proposta gli avrebbe permesso contemporaneamente di far qualcosa di buono e di tirar su qualche soldo (ma Salvini non stava dalla parte dei lavoratori? O solo di quelli che erogano servizi agli italiani? O solo di quelli che non riscuotono denaro pubblico? Sono piuttosto confusa).

Sorvoliamo su quella che sembra la tendenza del leader del Carroccio a puntare il dito contro le libere scelte delle persone, per cui la disponibilità all’aiuto è buona e virtuosa solo se rivolta alle fasce deboli certificate Lega, mentre negli altri casi è brutta e incivile. La stessa idea per cui fare volontariato è bene, ma solo se si resta entro i nostri confini geografici, sennò si tratta di imbecilli che, nel migliore dei casi, vanno in vacanza coi soldi degli italiani e, nel peggiore, vanno a farsi sodomizzare ma sempre coi soldi degli italiani. Se si parla di donne ovviamente, ché ai maschietti quelle cose non piacciono.

Sorvoliamo pure sul fatto che, dopo tanti appelli del tipo “Portateveli voi a casa allora, sti immigrati”, uno disposto a portarseli veramente nel suo posto di lavoro e di vita l’avevamo trovato. Siamo mai contenti oh.

Dicevamo, saltate a cavallina tutte queste consiserazioni, il punto su cui forse vale la pena soffermarsi è: ma a chi giova, davvero, questa guerra tra poveri? Perché siamo disposti a ignorare con tanta sufficienza i veri sprechi, i veri furti, i veri responsabili di una corruzione dilagante e nauseante, categorizzando tutto alla voce “problema troppo grande per essere risolto”, per poi saltare alla gola in maniera indiscriminata alle centinaia di poveracci che arrivano qui sopra una bagnarola, più morti che vivi o morti del tutto? Perché ci scandalizziamo di uno stato sociale che paga trenta euro al giorno per una persona e non di quello che tutti i giorni dimezza i nostri stipendi, sottrae qualità alle nostre risorse senza trovare la maniera di limitare se stesso? Che senso hanno post come quelli di Salvini, che al senso critico e al dialogo preferiscono l’ammiccamento e la generalizzazione?
Io, di risposte non ne ho, come dice l’insuperato re della musicona da macchina Max Pezzali, ma sensazioni sì. La mia (brutta) sensazione è che si voglia puntare il dito sulle fessure di una diga per non guardare le falle già aperte, che sia davvero semplice e comodo e veloce attaccare chi prende trenta euro alla luce del sole piuttosto che quelli che lucrano nell’ombra su queste vicende. Per cifre che di zeri non ne hanno solo uno.

Io non voglio vivere nella paura. Il problema è che, a me, a far paura sono le parole di Salvini, non l’uomo nero.